domenica, Giugno 20, 2021
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Che fine ha fatto il “portatore sano”?

Correndo controvento e tempo per vincere il covid-19, dal nostro vocabolario sembra essere scomparso il “portatore sano” (se non altro l’uso del termine):

portatore sano Individuo che ospita dei microrganismi patogeni senza presentare alcuna sintomatologia morbosa: si tratta di soggetti particolarmente resistenti (di solito grazie a una immunità acquisita precedentemente), nei quali i microrganismi vivono come saprofiti. I p. s. hanno molta importanza dal punto di vista epidemiologico perché possono infettare altre persone che frequentano senza nessuna precauzione, ignorando di essere p.: è particolarmente grave la presenza di p. s. tra gli addetti a determinate mansioni (cuochi, personale sanitario, insegnanti), che possono provocare delle vere e proprie epidemie. Per tale motivo nelle categorie sopradette si attuano screening per individuare i germi potenzialmente infettanti.

Al suo posto, sono arrivati (a scelta) l’asintomatico ed il positivo.

Prediligendo spesso la persona “positiva”, si cerca di cucire una nuova veste etimologica all’uso del positivo d’un tempo in cui oggi, però, si ritrova stretto. L’apertura favorevole alla vita, in cui ieri il termine trovava, nella sua accezione “positiva”, respiro, oggi lascia sempre più spazio ai salotti medici che, invece, connotano la “persona positiva” come “malata”. Si sta assistendo, dunque, un pò alla volta, all’estirpazione non solo dell’uso linguistico del vocabolo,  a cui tutti eravamo abituati ma, anche all’ammalarsi del suo stesso significato: tutti oggi scongiurano l’essere positivi rispetto a ieri quando, invece, le persone positive erano “portatrici sane”, se non altro, di buon umore.

Tra cambiamenti di significato e significante, sarebbe bastato (per non far confusione e non contaminare ancora una volta un termine della quotidianità) usare il classico “portatore sano” già esistente o coniare un nuovo termine in linea con il covid-19 e il 2020 visto che, comunque, gli effetti negativi a livello psicologico, anche per chi non è stato trovato “positivo” al virus (o per chi non è un portatore sano), ci sono e ci sono stati. In molti, in questa pandemia, hanno trovato, e continuano a trovare, delle grossissime difficoltà nel tornare a socializzare. L’”altro” è oggi diventato il nemico e il mondo esterno, il male dal quale trovare riparo (faticosissimo, in questo periodo, il lavoro degli psicologi per ripristinare un equilibrio).

La salute infatti,  va tenuta sotto controllo anche in questo senso ( mentale) tanto che la quarantena, prima impostata in “modalità infinita” per l’asintomatico positivo in attesa della sua negativizzazione, oggi si è ridotta ad uno standard di 21 giorni: sul sito del ministero della Salute si legge infatti che, nel caso si tratti di un “ caso covid-19 positivo a lungo termine”, si potrà:  “interrompere l’isolamento dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi, in caso di assenza di sintomi da almeno una settimana (fatta eccezione per la perdita di gusto e olfatto che possono durare per diverso tempo dopo la guarigione). È tuttavia il medico a decidere sulla base delle condizioni del paziente, tenendo conto anche dello stato immunitario delle persone interessate (nei pazienti immunodepressi il periodo di contagiosità può essere più prolungato)“. I positivi con e senza sintomi, invece, “possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa della positività, al termine del quale risulti eseguito un test molecolare con risultato negativo (10 giorni + test)”.

Insomma ci si misura rispetto alla sintomatologia, dopo essere stati presi in carico dal medico di base, restando con le dita incrociate, possibilmente di buon umore e ottimisti (positivi!).

In un Paese che si lascia “contagiare” facilmente vivendo in bilico tra una società e i social, il termometro alle parole, soprattutto di questi tempi, non lo usa nessuno (più o meno consapevolmente).

Si fa attenzione al contagio (quanta?) che è subito virale e non ci si accorge (chissà quanto veramente) che bisognerebbe trattare con i guanti (anche) l’uso dei termini che mutano di significato se posizionati ora in questo, ora il quel contesto.

In questo sversamento di parole bisognerebbe spiegare i dati (QUI) e non soltanto “spararli”, perchè i media (in primis) e i governi hanno un impatto non indifferente sulla società. La cassa di risonanza dovrebbe andare verso la rassicurazione non su un continuo allarmismo. Dove vuole portarci tutto questo terrore? L’ansia di non sapere quanti guariti, questi sconosciuti, esistono giornalmente al bollettino di una guerra combattuta all’interno degli ospedali (perchè è questo il fronte dove medici ed infermieri, OSS e personale sanitario combattono con quel che hanno e a costo pari a zero) che si riempiono magari proprio perchè la gente ha paura di avere FORSE contratto il virus covid-19. Persone che si precipitano nei nosocomi per assicurarsi quei posti che si continuano a dare per “esauriti”? Gente che non viene correttamente informata sull’incidenza della malattia che ingolfa i PS sottraendo attenzione a chi, invece, ne avrebbe bisogno. Persone che dovrebbero stare a casa perchè negli ospedali, ci si entra anche per covid ma ci si ammala di depressione e si contraggono altre infezioni. Positivo non basta.

Le parole cambiano la percezione delle cose non solo per chi le pronuncia ma, per chi ascolta e legge. Restano forti e influenti. In tanti, quando parlano, sono magari inconsapevoli di questa “influenza”, molti altri, troppi, invece, giocano con questo potere.

Allargando un pò lo sguardo altrove succede ad esempio che in Danimarca,  “samfundssind“ sarà una delle parole candidate quest’anno ad entrare nel vocabolario danese. Significa “mettere il bene della società al di sopra dei propri interessi”.

 

 

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