lunedì, Marzo 1, 2021
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Il “cous cous” patrimonio immateriale dell’Unesco e San Vito Lo Capo si conferma la sua capitale

Algeria, Marocco, Mauritania e Tunisia avevano formalmente chiesto l’iscrizione del cous cous, piatto popolare emblematico del Nord Africa, nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, e nei giorni scorsi, quell’iscrizione è avvenuta. Lo ha annunciato l’Unesco sul suo sito web. (QUI)

Ma se è vero che Maghreb, Algeria, Marocco, Mauritania e Tunisia hanno presentato insieme la candidatura intitolata “Conoscenze, know-how e pratiche relative alla produzione e al consumo di cous cous“, (la sedicesima si legge sul sito dell’Unesco dopo quella di altri Paesi dal Giappone alla Cina, dall’Argentina alla Francia, Croazia, Germania, Indonesia ecc..) decretandone per la prima volta, la loro multi-paternità del piatto tradizionale a base di semola o di grano duro, accompagnata da verdure, carne o pesce sapientemente speziati; a esserne ufficialmente la capitale mondiale dell’integrazione e della contaminazione tra le culture resta San Vito Lo Capo dove  il cous cous è da 23 anni il re.

Omaggiato nelle sue versioni e varianti internazionali, con uno sfondo dove, la sabbia bianca della spiaggia di San Vito lo Capo a volte sembra quasi giocare con la semola e i suoi colori, il cous cous è nella città della provincia trapanese, il pretesto per parlare di pace e solidarietà tra popoli.

Ed è proprio grazie a questo piatto di pace che questi quattro popoli si sperano ne possano trovare sempre giovamento: Nel settembre 2016, l’annuncio da parte dell’Algeria della sua intenzione di presentare un dossier sul cous cous all’Unesco aveva suscitato le ire del vicino Marocco, suo grande rivale politico, diplomatico e culturale, fino al raggiungimento di un accordo sulla presentazione di un fascicolo comune.

La costruzione di un grande Maghreb è minata dai rapporti tesi tra i due vicini, nel mezzo della crisi che circonda la questione del Sahara occidentale, ex colonia spagnola rivendicata sia dal regno marocchino che dai separatisti del Fronte Polisario.

I dissensi sullo status di questo immenso territorio desertico ostacolano l’attuazione dell’Unione del Maghreb arabo (Algeria, Marocco, Tunisia, Mauritania e Libia), facendo perdere a questi paesi diversi punti di Pil, secondo diversi esperti internazionali. Presente nel Sahel (Mauritania, Mali, Senegal), il couscous si è diffuso molto presto nel Mediterraneo e poi nel resto del mondo. Proposto nei ristoranti più modesti, “rivisitato” dai più grandi chef, il piatto compare in un banchetto al “Gargantua” scritto nel XVI secolo da François Rabelais, il più famoso scrittore del Rinascimento francese.

Un piatto capace di rivoluzionare asset politici tanto da far sperare in avvicinamenti da parte di questi Paesi che, si sa, non riescono a trovare (quasi) mai accordi. Un “quasi” d’obbligo posto che, in quattro Paesi «donne e uomini, giovani e anziani, sedentari e nomadi, del mondo rurale o urbano, nonché dell’emigrazione, infatti si identificano» con questo piatto simbolo del “vivere insieme“, si legge nel file di candidatura all’Unesco che non fornisce tuttavia alcuna ricetta pratica.

Gustato dalle sabbie del Sahel e del Sahara fino alle coste dell’Atlantico e del Mediterraneo, l’origine del cous cous si perde nella notte dei tempi, e la sua “dimensione universale” è “notevole”. Come è stato sottolineato al momento della presentazione della domanda, nel marzo 2019, prima volta in cui, questi quattro Paesi del Maghreb si sono uniti attorno ad un tema comune sul quale, da oltre vent’anni, il mondo intero, si riunisce a San Vito Lo Capo per raccontarne la storia, assaggiarne le diverse ricette, parlare di temi legati alla pace, all’intercurtularità, all’integrazione tra i popoli.

ll couscous è quindi una somma di know-how, in cui l’Unesco ha poi voluto sottolineare l’importanza del ruolo svolto dalle donne «non solo nella sua preparazione e consumo, ma anche nella conservazione dei sistemi di valori simbolici associati al cuscus; è anche una questione di abilità e gesti artigianali: artigiani che realizzano gli utensili legati al cuscus, contadini che producono i cereali, mugnai che li trasformano in semola, commercianti e, più recentemente, albergatori, è coinvolto un intero tessuto sociale» si legge sul sito che continua «Oggi, come in passato, il “couscous rotolante” e le sue molteplici preparazioni costituiscono una pluralità di saperi e saperi che si trasmettono oralmente, attraverso l’osservazione e l’imitazione, e vanno quindi preservati.»

Così come da sempre è preservata la ricetta, tutta made in Trapani , che vede poi, il cous cous, cucinato a base di pesce: la storia, (tramandata da padre in figlio e da bocca in bocca) narra di contaminazioni culturali, di tradizioni e di condivisioni. Di mari che incontrano popoli e coste che, non sono mai così lontane in un Mediterraneo che s’incontra anche a tavola.

 

Così i pescatori siciliani, conosciuta la semola e le modalità della sua lavorazione (incucciare: lavorare con le mani la semola con l’aggiunta di acqua e sale) e la cottura al vapore, hanno riadattato la ricetta a base di carne (troppo cara per i poveri pescatori) con quella della zuppa di pesce (che loro stessi pescavano). Nasce così, secondo la tradizione popolare trapanese “u cuscusu”, il cous cous alla Trapanese, unico in tutto il mondo.

 

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