martedì, Marzo 2, 2021
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Con 23 arresti sfiancate “Stidda” e “Cosa Nostra”. In quest’era digitale la falla al sistema: boss comunicavano con pizzini al 41 bis poi s’incontravano nello studio dell’avvocatessa

Nell’inchiesta della Dda di Palermo, che oggi ha portato a 23 fermi (ma solo 22 eseguiti perché 1 riguarda il superlatitante Matteo Messina Denaro), ci sono nomi di capimafia e i boss della Stidda, riorganizzata e ricompattata attorno alle figure di due ergastolani riusciti a ottenere la semilibertà. In particolare uno dei capimafia, indicato come il mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, che avrebbe sfruttato i premi che in alcuni casi spettano anche ai condannati al carcere a vita, per tornare ad operare sul territorio e rivitalizzare la Stidda e mettere in “agenda” altri due omicidi.

Dall’indagine, che colpisce le famiglie mafiose trapanesi ed agrigentine, coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai pm Gery Ferrara, Claudio Camilleri e Gianluca De Leo, un tonfo arriva anche per un ispettore e un assistente capo della Polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d’ufficio, e un avvocatessa che utilizzava il suo cellulare per divulgare informazioni durante i colloqui e il suo studio per i summit con i boss. Gli indagati rispondono a vario titolo di mafia, estorsione, favoreggiamento aggravato.

Attraverso le ‘cimici’ gli investigatori del Ros e i pm della Dda di Palermo, nell’ambito dell’inchiesta culminata oggi nell’operazione “Xydi”(alla quale oggi hanno partecipato anche i carabinieri dei comandi provinciali di Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Palermo, del XII Reggimento Sicilia, dello Squadrone eliportato Cacciatori Sicilia e del nono nucleo elicotteri) hanno assistito in diretta alle dinamiche organizzative di Cosa nostra e della Stidda.

Una sequenza di riunioni e incontri, molti dei quali si svolgevano nello studio della penalista di Agrigento, la 50enne Angela Porcello, legale di diversi boss, compreso il capomafia agrigentino Giuseppe Falsone, che di fatto aveva scelto di dismettere la toga per dedicarsi al ruolo di mediatrice e poi organizzatrice del mandamento mafioso di Canicattì.

Nello studio si sono riuniti – hanno appurato le indagini del Ros coordinate dalla Dda di Palermo – il capocosca di Canicattì, quelli della famiglie di Ravanusa, Favara e Licata, un uomo d’onore di Villabate in provincia di Palermo e fedelissimo di Bernardo Provenzano ed un esponente della rinata Stidda.

Efficienza e riservatezza per riprendere le fila di una unità strategica all’interno di Cosa nostra: dall’indagine viene fuori la capacità degli esponenti di vertice delle famiglie mafiose di Agrigento, Trapani, Caltanissetta, Catania e Palermo di mantenere contatti riservati e garantirsi, quando necessario, reciproco appoggio e mutua assistenza.

In questo tempo di covid dove le mafie che ieri si facevano la guerra oggi si riuniscono, a comandare resta lui, il mammasantissima trapanese latitante da 28 anni. L’imprendibile Matteo Messina Denaro, è ancora riconosciuto come l’unico boss cui spettano le decisioni su investiture o destituzioni dei vertici di Cosa nostra. La conferma arriva dall’inchiesta dei Ros che vedono lo stesso Diabolik destinatario del provvedimento di fermo emesso per 23 persone, ma eseguito solo nei confronti di 22, visto che lui, il padrino trapanese resta latitante.

Il ruolo del boss di Castelvetrano viene fuori nella vicenda relativa al tentativo di alcuni uomini d’onore di esautorare un boss dalla guida del mandamento di Canicattì. Dall’indagine emerge che per di realizzare il loro progetto i mafiosi avevano bisogno del beneplacito di Messina Denaro che continua, dunque, a decidere le sorti e gli equilibri di potere di Cosa nostra pur essendo da anni imprendibile.

Ma non solo. Le indagini mettono il luce falle all’interno del sistema. Proprio nel 2021 in un’era digitale ormai in stato advanced. Sono i pizzini a restare, per diversi capimafia, come il boss ergastolano agrigentino Giuseppe Falsone, il miglior modo per comunicare addirittura dal 41 bis. Nonostante ristretti al carcere duro, in molti riescono ad eludere la sorveglianza, grazie alla complicità di alcuni agenti di polizia penitenziaria addetti ai controlli dei carcerati al 41 bis, a far passare informazioni e a far arrivare ordini all’esterno a gesti senza essere intercettati.

In particolare, dall’indagine è emerso che un agente in servizio nel carcere di Agrigento, durante un colloquio telefonico tra il boss ergastolano Giuseppe Falsone, ex capo della mafia agrigentina, e un’avvocata, fermata oggi con l’accusa di mafia, avrebbe consentito alla legale di portare in carcere lo smartphone e di usarlo rispondendo alle telefonate ricevute nel corso dell’incontro con Falsone.

Il boss, inoltre, sarebbe riuscito a inviare messaggi all’esterno, perchè in alcuni istituti di pena non viene controllata la corrispondenza tra i detenuti al 41 bis e i propri difensori.

Sfruttando questo limite nella vigilanza Falsone, attraverso il suo avvocato, sarebbe riuscito a fare uscire dal carcere i messaggi che, in prima battuta, essendo destinati a terzi, erano stati censurati dal magistrato di sorveglianza.

L’indagine ha accertato inoltre che boss di Agrigento, Trapani e Gela, tutti detenuti nel carcere di Novara, sfruttando inefficienze nei controlli dialogavano tra loro riuscendo anche a saldare alleanze tra cosche di territori diversi.

Durante l’inchiesta, è stata anche intercettata una telefonata di un agente di polzia penitenziaria in servizio ad Agrigento all’avvocata indagata: i due avrebbero parlato di un assistito della legale, detenuto in cella per mafia. L’agente avrebbe informato la donna che il suo cliente l’indomani sarebbe stato spostato in aereo in un altro carcere.

E quella che è sfociata oggi nell’operazione “Xydi” evidenzia che non sono mai cessati gli storici rapporti tra la mafia siciliana e Cosa nostra americana fiutati già negli anni ’70 dal giudice Giovanni Falcone. Oggi si evince che emissari statunitensi della “famiglia” dei Gambino di New York nei mesi scorsi sarebbero andati a Favara, nell’agrigentino, per proporre ai clan locali business comuni.

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